Normativa · 27 agosto 2026
Da giugno lo stipendio si scrive nell'annuncio. E dentro l'azienda?
Il decreto sulla trasparenza retributiva vale per tutti, anche per l'artigiano con due dipendenti. Ma l'adempimento è la parte facile.

Dal 7 giugno 2026 è in vigore il decreto legislativo 96, che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza retributiva. Quasi nessuno degli imprenditori con cui ho parlato quest'estate sapeva che lo riguarda.
Li capisco: quando si parla di direttive europee si dà per scontato che valgano per le grandi imprese, e che a noi arrivi il contraccolpo tre anni dopo. Questa volta no.
Che cosa scatta subito, e per chi
Due obblighi valgono da subito e per tutti i datori di lavoro, senza alcuna soglia dimensionale. Anche per l'artigiano con due dipendenti.
Il primo: la retribuzione iniziale prevista per la posizione (o la fascia entro cui sta) va indicata nell'annuncio di lavoro, oppure comunicata al candidato prima del colloquio. Non «retribuzione commisurata all'esperienza»: una cifra, o due cifre fra cui sta.
Il secondo: è vietato chiedere al candidato quanto guadagnava prima. Non è una scortesia da evitare, è un divieto. La domanda che in Italia si fa da sempre al primo colloquio, e che spesso decide da sola l'offerta, non si può più fare.
Poi c'è la parte che cresce con la dimensione. Il reporting sul divario retributivo parte dalle imprese sopra i 250 e sopra i 150 dipendenti, con la prima comunicazione entro il 7 giugno 2027; arriva alle imprese fra 100 e 149 nel 2031; sotto i 100 non c'è obbligo. E le imprese sopra i 50 dipendenti devono rendere accessibili ai lavoratori i criteri con cui si determinano le retribuzioni, rispondendo per iscritto entro due mesi a chi chiede chiarimenti.
C'è infine una soglia che vale la pena tenere a mente: se in una categoria di lavoratori emerge un divario superiore al 5% che l'azienda non riesce a giustificare entro sei mesi, scatta la valutazione congiunta obbligatoria con i sindacati.
L'adempimento è la parte facile
Scrivere una fascia in un annuncio richiede dieci minuti. Il problema comincia il minuto dopo, quando qualcuno che già lavora lì legge quell'annuncio.
Perché in quasi tutte le imprese che conosco le retribuzioni non seguono un criterio scritto. Seguono una storia: chi è arrivato in un anno buono, chi ha chiesto e chi non ha mai chiesto, chi era indispensabile in un certo momento, chi è stato assunto quando i soldi erano pochi e non è mai stato riallineato. Ogni singola decisione, presa a suo tempo, aveva una sua ragione. Tutte insieme non compongono un sistema: compongono una sedimentazione.
Finché quella sedimentazione resta invisibile, regge. Nel momento in cui una fascia retributiva compare in un annuncio pubblico, diventa un metro. E chi lavora lì da otto anni misura sé stesso con quel metro, in silenzio, il giorno stesso.
La legge non introduce il problema. Rende visibile un problema che c'era già, e che teneva insieme l'azienda proprio perché nessuno lo guardava.
Quello che rende la cosa seria
Fin qui potrebbe sembrare un adempimento formale come tanti, di quelli che si sistemano aggiungendo una riga all'annuncio. Non lo è, per una ragione che sta nella parte procedurale del decreto e che quasi nessuno legge.
L'onere della prova si inverte. Fino a ieri il lavoratore che sosteneva di essere pagato meno di un collega, a parità di lavoro, doveva dimostrarlo. Adesso, se l'azienda non ha rispettato gli obblighi di trasparenza, tocca al datore dimostrare che quella differenza non è una discriminazione. È un ribaltamento che cambia il peso di ogni contenzioso: non deve più costruire un caso chi accusa, deve smontarlo chi paga.
E la difesa, in una causa di quel tipo, è esattamente il documento che quasi nessuno ha: il criterio scritto. Se una griglia esiste (anzianità, responsabilità, competenze certificate, reperibilità), la differenza si spiega in tre righe. Se non esiste non c'è niente da esibire, e l'assenza del documento diventa essa stessa un elemento a sfavore.
Alle violazioni si aggiungono le sanzioni amministrative, e nei casi gravi o ripetuti la revoca di agevolazioni pubbliche già ottenute e l'esclusione dagli appalti. Per un'impresa che lavora con la pubblica amministrazione la seconda voce pesa molto più della prima.
Il disapprendimento imposto per decreto
Questa norma è un caso quasi da manuale di ciò che chiamo disapprendimento organizzativo, con una differenza: di solito è l'imprenditore a decidere quando affrontare una regola non scritta. Qui la data l'ha decisa il legislatore.
La regola non scritta che salta è sempre la stessa, e in Italia è quasi universale: «di stipendi non si parla». È una regola che protegge: protegge chi guadagna di più dall'invidia, chi guadagna di meno dall'umiliazione, e il titolare dal dover spiegare scelte che non ricorda nemmeno più di aver fatto. Ha protetto per anni. Da giugno non protegge più, perché una parte del sistema è diventata pubblica per legge.
Che cosa fare, in ordine
Prima cosa: guardare i numeri veri. Una riga per persona, con ruolo, anzianità, retribuzione lorda. Non serve un software: serve un foglio e il coraggio di guardarlo tutto insieme. Nella metà dei casi la sorpresa non è il divario fra uomini e donne: è il divario fra due persone che fanno esattamente lo stesso lavoro e non lo sanno.
Seconda: scrivere il criterio. Non la cifra: il criterio. Che cosa fa salire una retribuzione in questa azienda? L'anzianità? La responsabilità su un budget? Il numero di persone coordinate? La reperibilità? Qualunque risposta va bene, purché esista e sia scritta. Il problema non è mai avere un criterio discutibile: è non averne nessuno.
Terza: sistemare gli scarti che non si possono spiegare. Non tutti insieme e non domani. Ma con un piano che abbia delle date, perché chi si accorge di essere sotto e non vede un piano se ne va, ed è esattamente la persona che non volevi perdere.
Quarta, e solo adesso: scrivere le fasce negli annunci. Che a quel punto non sono un rischio: sono la conseguenza ordinata di una cosa che si è messa a posto.
L'effetto che non è scritto nel decreto
Le imprese che arrivano a questa norma con una griglia retributiva in ordine la vivono come un adempimento fra tanti. Le altre la vivono come una resa dei conti, e la resa dei conti arriva comunque, perché il candidato che legge la fascia nell'annuncio la confronta con quello che sa già, e il dipendente che legge l'annuncio della sua stessa azienda fa lo stesso conto.
C'è però un guadagno, e non è piccolo. Un'azienda che sa dire perché paga quello che paga smette di negoziare ogni stipendio come un caso a sé. Le richieste di aumento diventano discussioni su un criterio invece che su una persona, e questo cambia il tono di tutte le conversazioni difficili che arriveranno nei prossimi anni.
Il decreto ha imposto una data. Quello che si fa entro quella data, però, è ancora una scelta.
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