Passaggio generazionale
Si blocca perché tutti e tre i protagonisti hanno una buona ragione per rimandarlo, e nessuno la dice ad alta voce.
Se stai leggendo questa pagina, con ogni probabilità del passaggio ne hai già parlato. A Natale, in macchina, dopo una riunione andata male. Ne hai parlato molte volte, e non è ancora successo niente.
Non è pigrizia e non è disorganizzazione. È che parlarne non costa niente a nessuno, e questo è esattamente il motivo per cui se ne parla. Il momento in cui il passaggio diventa un piano con delle date è il momento in cui qualcuno perde qualcosa.
Non sei un caso isolato
I numeri dicono che è un fenomeno di sistema. Ma nessun imprenditore vive un fenomeno di sistema: vive la propria azienda, la propria età e il proprio figlio.
9,1%
delle imprese ha affrontato almeno un passaggio
Fra il 2016 e il 2022. E nel 94,8% dei casi il ruolo della famiglia si è mantenuto o rafforzato: il passaggio, quando si fa, funziona. Fonte: Confartigianato
1 su 3
supera il primo passaggio generazionale
Le altre due si fermano lì. Fonte: Confindustria
897.000
imprenditori over 60 in Italia
Erano 605.000 nel 2004. Nello stesso periodo gli indipendenti under 35 sono scesi da 1.512.000 a 719.000. Fonte: Confartigianato
17%
dice: nessun erede interessato o pronto
Seguono le difficoltà burocratiche e fiscali (17%), il trasferimento di competenze e contatti (14%), le ragioni economiche (13%).
Le tre frasi che segnalano un passaggio fermo
Non servono diagnosi complicate. In un’azienda dove il passaggio è bloccato si sentono quasi sempre queste tre frasi, dette da persone diverse e con tono normale.
Il fondatore
«Quando sarà pronto»
Non ha mai un criterio: non esiste una lista di cose che, una volta fatte, rendono pronto qualcuno. È un traguardo che si sposta, e si sposta perché deve.
Un collaboratore
«Tanto poi decide papà»
Detta spesso ridendo. È la conferma che l’organigramma nuovo non è mai entrato in vigore: c’è scritto, ma non è vero, e in azienda lo sanno tutti tranne chi lo ha scritto.
Il figlio
«Non è che non mi interessa, è che così non funziona»
Detta una volta sola e a bassa voce. È la frase più importante delle tre, e quasi sempre viene archiviata come un capriccio.
Che cosa facciamo, concretamente
Il lavoro non comincia dal notaio e non comincia dal patto di famiglia. Quelli arrivano dopo, e sono la parte facile.
Non nell’organigramma: nei fatti. Chi firma un ordine da diecimila euro, chi sceglie un fornitore nuovo, chi dice di no a un cliente.
Sotto una certa cifra decide chi fa il lavoro, e non se ne parla più. Non è una concessione affettiva: è una regola aziendale con un numero dentro.
Non «entro il prossimo anno»: il 15 di marzo, e chi c’è quel giorno nella stanza. Una data è la sola cosa che trasforma un discorso in un piano, perché è l’unica che si può mancare.
Detto ad alta voce, davanti a tutti. La ragione per cui il passaggio non parte non è che il fondatore non voglia lasciare: è che nessuno gli ha mai detto che cosa gli rimane il giorno dopo.
Il momento giusto non esiste
Esiste il momento in cui il costo del rinvio diventa visibile: un cliente che si lega alla persona sbagliata, una banca che chiede chi c’è dopo, un collaboratore che se ne va.
Chi arriva a quel punto avendo già scritto le tre cose (chi decide cosa, con quali soglie, entro quali date) fa una transizione. Chi ci arriva avendone solo parlato, fa un’emergenza.
I libri che raccontano questo lavoro
Dis-apprendere il passaggio generazionale
Che cosa si eredita davvero quando si eredita un’azienda, e che cosa conviene lasciare andare.
Il no dei figli, il sì non voluto
Quello che non è mai stato detto, e che decide più di qualsiasi accordo.
Le imprese senza successione
Quando un successore non c’è: il tempo che serve per non sparire.
Cinquantacinque minuti, senza impegno e senza presentazioni: mi racconti dove siete, io ti dico che cosa vedo e che cosa farei. Da lì decidi tu.