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Magazzino storie · VI. Il clima non è un fatto di caratteri

Racconto 21 di 21

Il trasloco: l’azienda nuova che nessuno ha riconosciuto come nuova

Una sede si sposta in uno spazio più bello e più grande, e da quel giorno non funziona più niente. La spiegazione non era nelle persone.

Dipinto di Maria Gabriella Ranno a corredo del racconto Il trasloco: l’azienda nuova che nessuno ha riconosciuto come nuova
«Domani ci chiamiamo ancora», dipinto di Maria Gabriella Ranno

La scheda del progetto

Settore
Concessionaria automobilistica con officina, carrozzeria, revisioni, magazzino ricambi, usato certificato, flotte e noleggio a lungo termine
Dimensione
Quasi settanta addetti complessivi, più sedi, la sede oggetto dell’intervento è quella secondaria
Anni dell’intervento
Luglio e settembre 2022, con verifica ad agosto 2023. Il rapporto complessivo con l’azienda va dal 2017 al 2024
Strumenti usati
Colloqui individuali su tutto l’organico della sede, mappatura comportamentale sullo staff tecnico, lista dei cicli aperti con domanda operativa, riti di coordinamento a cadenza fissa

1Il contesto

Questa concessionaria è un cliente lungo: ho cominciato a lavorarci nel 2017 e ho continuato per sette anni, con sei contratti successivi. È un’azienda strutturata, con una proprietà familiare su due generazioni e una prima linea di responsabili, quindi molto diversa dalle micro imprese di cui mi occupo di solito.

Nell’estate del 2022 la sede secondaria si è trasferita. Spazi molto più grandi, molto più belli, l’idea di un salto di qualità.

Dal giorno del trasloco, il clima è precipitato.

2Quello che mi hanno chiesto

Non me l’ha chiesto la proprietà per prima. Me l’ha fatto chiedere il responsabile di quella sede, tramite l’amministratore delegato. Questo dettaglio conta: quando è la persona che sta soffrendo a chiedere l’intervento, il lavoro parte già con metà del consenso in mano.

La lamentela che mi è arrivata era: la gente non rende, è tutto sporco e disordinato, c’è tensione.

3Quello che ho trovato

Sono andata a metà luglio del 2022 e ci sono tornata il primo settembre. Ho passato una giornata intera in sede facendo colloqui individuali con tutti: reception, amministrazione, officina, commerciale, responsabili.

Ho trovato una situazione oggettivamente difficile. I cantieri non erano chiusi. Mancavano computer e collegamenti ai gestionali, quindi la gente lavorava con strumenti a metà. E si erano rotti due equilibri: chi era il riferimento naturale di quella sede adesso aveva finalmente un ufficio proprio, e da lì non presidiava più il reparto; un altro responsabile era entrato a mettere ordine con modi aggressivi e stava creando conflitto.

Ma la cosa che ho visto e che mi ha fatto cambiare completamente l’analisi era un’altra, e riguardava lo spazio.

Nella relazione l’ho scritta così: lo spazio, per quanto adeguato alle aspettative di performance dei singoli e del gruppo, non aveva ancora accettato il possesso da parte del gruppo, ed era come se fossero due organismi differenti che mal si sopportavano.

E la conseguenza: era come se quella fosse una azienda nuova, e quindi tutte le dinamiche che valevano nella vecchia sede, nella nuova non valevano più e dovevano essere riadattate. Al punto che ho scritto la frase che riassume tutto: mi permetto di dire che in questo momento è come se tutti fossero dei nuovi inseriti.

Persone che lavoravano in quell’azienda da dieci anni si comportavano come neoassunti. Non perché fossero cambiate loro. Perché era cambiato tutto il resto.

C’è una seconda osservazione che ho fatto e che va contro l’istinto. La tensione che si respirava su tutti i dipendenti non era preoccupante, era una bella tensione, perché rivelava una grande insofferenza per non poter rispettare i livelli attesi. Cioè: quelle persone erano tese perché volevano lavorare bene e non ci riuscivano. Una squadra a cui non importa niente non è tesa, è tranquilla.

4Il nodo

Due nodi sovrapposti.

Il primo è di psicologia dei luoghi. Un ambiente di lavoro non è un contenitore neutro. Le abitudini, le gerarchie informali, i percorsi fisici, il chi vede chi durante la giornata: tutto questo è scritto nello spazio, e quando lo spazio cambia si cancella. Nessuno aveva riconosciuto che quel trasloco era, di fatto, l’apertura di un’azienda nuova. E siccome nessuno lo aveva riconosciuto, nessuno aveva fatto le cose che si fanno quando si apre: assegnare gli spazi, definire i percorsi, spiegare le regole, presentare i ruoli.

Il secondo è di responsabilità. La responsabilità del successo della nuova sede non era stata assegnata a nessuno. C’erano due responsabili, uno per area, e nessuno dei due era il titolare del risultato complessivo. In assenza di un titolare del risultato, ognuno presidia il proprio pezzo, e i pezzi non si toccano.

Il primo settembre, quando sono tornata, ho aggiunto una precisazione importante: a quella data il disordine non era più imputabile ai cantieri. Era mancanza di gestione. Distinguere il momento in cui una scusa smette di essere valida è una parte del mio lavoro.

5Che cosa ho fatto

La giornata di colloqui individuali. Tutti, uno per uno, senza selezionare. In una situazione così, i colloqui servono a due cose: raccogliere le informazioni che non arrivano al vertice, e restituire a ciascuno il senso che qualcuno si sta occupando della cosa. La seconda vale quanto la prima.

La mappatura comportamentale sullo staff tecnico e sui responsabili clienti. L’ho fatta ad agosto, e su richiesta esplicita delle persone stesse, che avevano saputo dello strumento e l’avevano chiesto. Quando succede è sempre un buon segno: significa che la squadra vuole essere guardata.

La lista dei cicli aperti. Questo è lo strumento centrale. Ho scritto l’elenco di tutte le cose non chiuse, e accanto a ognuna non ho messo una soluzione: ho messo tre domande. Chi decide, entro quando, chi controlla.

Nell’elenco c’erano le pulizie, da appaltare a una società esterna con il controllo delegato per area a due persone diverse; lo sgombero e il ripristino della sede vecchia; una sbarra; le insegne e la segnaletica interna ed esterna; la regolamentazione dei parcheggi, con le auto da mettere sul tetto negli spazi divisi fra Nuovo, Service e Usato.

Sembrano faccende da amministratore di condominio. Sono esattamente le cose che dicono a settanta persone se quell’azienda è padrona del proprio spazio o no.

I due riti fissi. Sopra a tutto ho messo due appuntamenti ricorrenti. Un incontro settimanale in presenza fra i due responsabili in conflitto, in quella sede e non al telefono. E una riunione mensile con tutti i capi reparto.

Sui riti ho scritto la frase che uso più spesso di ogni altra, e che vale in qualunque azienda: l’errore è pensare che l’ovvio sia ovvio per tutti; in realtà certi concetti vanno ripetuti sempre, e gli accordi vanno rinnovati costantemente.

Il richiamo sulla disponibilità. Ho aggiunto una cosa dura, rivolta alla proprietà e non ai dipendenti: non si può pensare di spingere verso la crescita dell’organizzazione quando poi si regge tutto sulla disponibilità e non sulla certezza di poter contare ogni giorno sulle proprie persone. E, di conseguenza, che è inutile raffazzonare accordi che poi gravano sui costi della non qualità, quelli che ci sono ma che non vediamo.

6Gli strumenti

La giornata di colloqui a tappeto è costosa e insostituibile quando una sede è in crisi. Non ci sono scorciatoie: o parli con tutti, o parli con quelli che hanno più voce, e quelli che hanno più voce non sono quelli che sanno di più.

La lista dei cicli aperti con la domanda al posto della soluzione è lo strumento che uso ovunque. La ragione è pratica: se scrivo la soluzione, la lista diventa mia e viene eseguita a metà. Se scrivo chi decide ed entro quando, la lista diventa loro.

I riti a cadenza fissa sono ciò che sostituisce il consulente. In quella stessa azienda ho messo per iscritto, in un altro documento, il principio a cui tengo di più: la mia presenza serve a garantire lo svolgimento corretto della riunione, e si interromperà quando la dinamica della riunione sarà corretta.

7Che cosa è cambiato, e che cosa no

Questo è il progetto in cui l’esito documentato è più deludente, e proprio per questo è il più utile da raccontare.

Che cosa è cambiato. L’analisi è stata accettata, e l’idea che quella fosse una azienda nuova ha cambiato il modo in cui la proprietà guardava alla sede: si è smesso di parlare di persone che non rendono. La mappatura è stata consegnata alle persone che l’avevano chiesta. Alcuni cicli sono partiti: l’organizzazione dei piazzali è stata decisa in riunione nell’estate del 2023, con una data di avvio.

Che cosa non è cambiato. Un anno dopo, nell’agosto del 2023, ho ripreso la stessa lista di cicli e nella colonna dello stato dell’arte ho scritto annotazioni come da fare, e cosa si è fatto, quando lo facciamo. La pulizia, che era il punto di partenza di tutta la lamentela, non era stata risolta. E i tempi di consegna che si erano promessi a un altro reparto erano rimasti identici: nulla è cambiato, ho annotato.

Nella verifica ho usato domande e non giudizi, deliberatamente. Scrivere "non fatto" chiude la conversazione. Scrivere "cosa si è fatto, quando lo facciamo" la riapre.

8Che cosa rifarei diversamente

Avrei preteso, prima ancora dei colloqui, la nomina di un responsabile unico del risultato della sede. Non del reparto: della sede. Ho lavorato per mesi su un’organizzazione a cui mancava il soggetto, e tutte le liste di cicli aperti del mondo non producono niente se non c’è qualcuno che risponde della lista.

E, sul trasloco in sé, farei una cosa che oggi propongo sempre a chi mi dice che sta cambiando sede: una giornata di apertura interna, prima dell’apertura al pubblico, in cui si percorre lo spazio con tutti i dipendenti e si decide insieme dove sta ogni cosa e chi presidia cosa. Costa una giornata di fatturato e ne risparmia sei mesi.

9Che cosa può portarsi via chi legge

Questo caso serve a chiunque stia per traslocare, ampliare, aprire un secondo punto vendita, o abbia appena finito di farlo e non capisca perché la squadra sia diventata irriconoscibile.

Quando cambi lo spazio, cambi l’azienda. Le abitudini erano scritte nei muri, e i muri non ci sono più.

Quindi tre cose da fare, nell’ordine.

Primo. Tratta la tua squadra come una squadra di nuovi inseriti, anche se sono con te da dieci anni. Rispiega le cose ovvie. Sono ovvie solo nella sede vecchia.

Secondo. Nomina un responsabile del risultato dello spazio, non dei reparti che ci stanno dentro. Qualcuno che risponda della pulizia, della segnaletica, dei parcheggi e del fatto che tutto funzioni. Se nessuno risponde di quello, nessuno lo farà.

Terzo. Se dopo il trasloco senti tensione, guardala bene prima di spegnerla. Le persone tese sono spesso quelle a cui importa. Le persone tranquille, in un momento così, sono un problema più grosso.

I nomi delle aziende e delle persone non compaiono, e non compaiono le località. Il settore invece resta preciso, perché è quello che permette a un imprenditore di riconoscersi. Ogni racconto è ricostruito sui documenti dell’archivio, non a memoria: dove i documenti non dicono come è andata a finire, sta scritto che non lo dicono.

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