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Maria Gabriella Ranno

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Il punto  ·  29 settembre 2026

Il tempo in più

Nelle PMI un imprenditore su cinque ha superato i 65 anni. I dati non dicono che il passaggio andrà male: dicono che c’è una finestra aperta, e che qualcuno la userà e qualcuno no.

Disegno a penna: un ceramista in primo piano, la bottega con gli scaffali pieni alle sue spalle

Gli imprenditori italiani invecchiano, e non è un'impressione. Nelle imprese individuali i titolari con almeno 70 anni erano 314.824 a giugno 2025, il 10,7% del totale, contro l'8,9% di dieci anni prima. Nelle PMI tra 2 e 25 milioni di fatturato l'età media è di 56,4 anni, il 36% ha superato i 60 e uno su cinque i 65. Nelle grandi imprese familiari la guida passa in media quando il senior ha circa 75 anni, mentre il successore entra al vertice intorno ai 45.

Sono tre scale e tre storie diverse. Metterle nello stesso numero è il primo errore.

giugno 20158,9%dei titolari di imprese individualigiugno 2015: 8,9%giugno 202510,7%pari a 314.824 titolarigiugno 2025: 10,7%
Imprese individuali, titolari con almeno 70 anni: la quota sul totale a dieci anni di distanza. Nello stesso periodo i titolari over 70 sono cresciuti di quasi 25mila unità e le imprese individuali sono diminuite di 300mila. Fonte: elaborazione Unioncamere-InfoCamere su dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio, comunicato dell’8 agosto 2025.

Tre scale, tre problemi che non si somigliano

Un titolare di settant'anni che lavora da solo ha davanti un problema di chiusura: se non trova nessuno, l'attività finisce con lui, e quello che resta è una partita IVA da chiudere e un portafoglio di clienti che si disperde in un paio di mesi.

Un titolare di sessant'anni con quaranta persone ha davanti un problema di organizzazione. L'azienda gli sopravvive comunque, perché ha una struttura, dei contratti, delle banche che la conoscono. La domanda non è se continuerà: è in che stato ci arriverà, e quanto del valore che c'è oggi passerà dall'altra parte.

Un'impresa familiare che cambia guida a settantacinque anni ha davanti un problema di governo. Lì c'è già qualcun altro che decide, spesso da anni, e quello che manca non è la persona: è la regola che dice chi decide per ultimo quando i due non sono d'accordo.

Tre problemi diversi, tre soluzioni diverse. Nessuno dei tre si affronta con la frase «bisognerebbe pensare al passaggio generazionale», che è il modo più veloce per non affrontare nessuno dei tre.

Il numero che tutti citano

«Solo il 30% delle imprese familiari sopravvive alla seconda generazione». Lo si legge ovunque, ma quello che segue cambia a ogni citazione: 13% alla terza e 4% alla quarta, oppure 12% e 3%, oppure 15% e 4%, oppure 10%, riferito all'Europa. Ho cercato una fonte italiana che lo misuri direttamente e non l'ho trovata. Un numero che cambia in ogni citazione è un'abitudine, non un dato.

Non è pedanteria. Un numero del genere fa un lavoro preciso quando entra in una conversazione: la chiude. Detto a un imprenditore di settant'anni significa che ha due probabilità su tre di vedere finire tutto, e davanti a una probabilità del genere le reazioni sono due, tutte e due inutili. La prima è la paralisi: se le cose stanno così, tanto vale non muoversi. La seconda è la fretta, che è peggio: firmare qualcosa, qualunque cosa, perché il tempo stringe. Un patto di famiglia scritto in tre settimane fa più danni di dieci anni di rinvio.

Quando mi arriva un numero che non riesco a rintracciare faccio tre domande, sempre le stesse: chi lo ha misurato, su quante aziende, in che anni. Se non trovo risposta a tutte e tre, quel numero non entra in una decisione. Può restare un modo di dire, e come modo di dire è anche efficace. Ma non si costruisce niente sopra.

Che cosa dicono i dati quando misurano davvero

L'Osservatorio AUB osserva una popolazione completa: tutte le 23.578 aziende italiane con almeno 20 milioni di fatturato, di cui 15.568 a controllo familiare. Le successioni del periodo 2008-2019 hanno portato circa tre punti di crescita in più nei tre anni successivi rispetto ai tre precedenti, e l'effetto è più forte quando il leader uscente ha più di 70 anni e il successore meno di 50. Chi pensa che un'età avanzata condanni il passaggio trova qui un dato scomodo.

Due cautele. Il campione contiene chi il passaggio lo ha fatto: le imprese chiuse o vendute prima non ci sono. E il dato misura quanto vale il rinnovamento, non quanto costa aspettare: è la mia lettura.

La prima cautela è quella che si dimentica sempre, e vale la pena di dirla per esteso. Un'osservazione fatta sulle aziende che il passaggio lo hanno completato non può dire niente su quelle che non ci sono arrivate, perché quelle sono uscite dall'elenco prima di essere contate. È come misurare la salute di una classe interrogando solo chi è venuto a scuola.

La seconda cautela è quella che mi interessa di più. Quei tre punti non sono il premio per aver aspettato di avere settant'anni. Sono la misura di quanto vale il ricambio quando finalmente avviene, e dicono che chi arriva dopo, di solito, porta qualcosa. Non dicono che cosa si è perso negli anni in cui non è arrivato: quel numero lì nessuno lo misura, perché per misurarlo bisognerebbe conoscere l'azienda che non c'è stata.

Nelle microimprese il rischio è diverso: non è il passaggio sbagliato, è il passaggio che non c'è. I titolari over 70 sono aumentati di quasi 25mila unità mentre le imprese individuali sono diminuite di 300mila, e secondo l'Istat, fra il 2016 e il 2022, ha affrontato almeno un passaggio generazionale poco meno di un'impresa su dieci fra quelle controllate da una persona o da una famiglia.

Il 9,1% in sei anni è il numero da guardare a lungo, perché non racconta un fallimento: racconta un'assenza. Vuol dire che in quei sei anni nove imprese su dieci non hanno cambiato mano, e che un altro 7,9% contava di farlo entro il 2025. La quota sale con la dimensione: 17,8% fra le medie imprese, 18,9% fra le grandi. Più l'impresa è piccola, più il passaggio è raro, che è il contrario di quello che ci si aspetterebbe se il problema fosse la complessità. Non è che i passaggi vadano male: è che non si fanno. E un passaggio che non si fa non lascia nessuna traccia da studiare, nessun caso da raccontare, nessuna statistica che faccia notizia. Sparisce e basta, insieme all'azienda.

Il tempo è materiale

Vivere e lavorare più a lungo allunga la finestra. Si può usare per trasferire, oppure per rinviare. La successione, dicono i ricercatori AUB, ormai è un processo che si sviluppa nel tempo e non più un evento puntuale, e nel 2024 quasi un passaggio su due è stato preceduto da un percorso di mentoring. Dove il passaggio non è pianificato, in Italia succede di solito quando il leader in carica scompare all'improvviso: la decisione la prende la vita.

Trasferire e rinviare, visti da fuori, si somigliano moltissimo. In tutti e due i casi il titolare è in azienda tutti i giorni, il figlio o la figlia ci lavorano, le cose vanno avanti. La differenza non sta nelle intenzioni, che sono quasi sempre buone, e nemmeno nei discorsi, che sono quasi sempre gli stessi. Sta in un fatto verificabile: nel corso degli ultimi dodici mesi, qualche decisione ha cambiato mano per davvero, oppure no?

Si trasferisce quando una decisione che prima prendeva uno adesso la prende un altro, e chi la prendeva prima non la rivede. Si rinvia quando le decisioni restano dove sono e intanto si parla di come un giorno si sposteranno. La seconda è una condizione stabile: può durare quindici anni senza che nessuno se ne accorga, perché non produce nessun attrito. È esattamente questo che la rende pericolosa.

Una cosa che puoi fare questa settimana

Prendi un foglio e scrivi le ultime dieci decisioni di un certo peso prese in azienda: un investimento, un prezzo rivisto, un'assunzione, un cliente a cui si è detto di no, una linea che si è chiusa. Dieci, quelle che ti vengono in mente, senza cercarle negli archivi.

Accanto a ognuna scrivi chi l'ha decisa davvero, non chi l'ha firmata. Poi conta.

Se sono dieci su dieci nelle stesse mani, la finestra di cui parlano i dati per la tua azienda non è ancora cominciata, qualunque età tu abbia e qualunque cosa sia scritta in visura. Se ce ne sono due o tre da un'altra parte, il processo è avviato e la domanda diventa un'altra: quali sono le prossime tre, e entro quando.

Metti una data a quel foglio e rifallo fra sei mesi. È l'unico modo che conosco per distinguere un trasferimento da un rinvio senza doversi fidare delle intenzioni di nessuno, comprese le proprie.

Tre domande

All'imprenditore: che cosa hai già lasciato decidere a chi verrà dopo di te, e da quanto tempo?

Al successore: qual è l'ultima decisione di peso che hai firmato da solo?

A chi lavora in azienda: a chi si rivolgeranno clienti, banche e fornitori quando il titolare non ci sarà?

L'età non è il problema. Il problema è il tempo che c'è e non si usa.

Le fonti

Un articolo che chiede a un numero chi lo ha misurato deve dire da dove vengono i propri.

  • Titolari di imprese individuali con almeno 70 anni (314.824 a giugno 2025, 10,7% del totale contro l'8,9% del 2015, cresciuti di 24.496 unità mentre le imprese individuali calavano di oltre 300mila): elaborazione Unioncamere e InfoCamere su dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio, comunicato dell'8 agosto 2025.
  • Età degli imprenditori nelle PMI (età media 56,4 anni, 36% oltre i 60, uno su cinque oltre i 65): Osservatorio sulle PMI di Perpethua con Yuno AI, marzo 2026, su 67mila imprese con fatturato fra 2 e 25 milioni di euro. È lo studio di una società che si occupa di passaggi generazionali e di operazioni straordinarie, e vale la pena saperlo leggendo il dato.
  • Perimetro delle aziende osservate, età al passaggio e mentoring (23.578 aziende con almeno 20 milioni di fatturato, 15.568 a controllo familiare; la guida trasferita in media a 75 anni al successore di circa 45; nel solo 2024 quasi un passaggio su due preceduto da un percorso di mentoring): Osservatorio AUB, diciassettesima edizione, presentata il 2 febbraio 2026, promossa da AIdAF, UniCredit e Cattedra AIdAF-EY di Strategia delle Aziende Familiari dell'Università Bocconi.
  • Effetto delle successioni sulla crescita (circa tre punti di crescita in più nei tre anni successivi rispetto ai tre precedenti per le successioni del periodo 2008-2019, con effetto maggiore quando il leader uscente ha più di 70 anni e il successore meno di 50): Osservatorio AUB, quindicesima edizione, gennaio 2024, analisi di Fabio Quarato e Carlo Salvato.
  • Passaggi generazionali effettivamente avvenuti (9,1% fra il 2016 e il 2022, 7,9% previsti fra il 2023 e il 2025, 17,8% fra le medie imprese e 18,9% fra le grandi): Istat, Censimento permanente delle imprese 2023, primi risultati, novembre 2023. L'universo sono le imprese con almeno tre addetti controllate da una persona fisica o da una famiglia, che sono l'80,9% del totale.
  • La percentuale del 30% sulla sopravvivenza alla seconda generazione: nessuna fonte italiana che la misuri direttamente. È il punto del secondo paragrafo di questo articolo.

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I casi a cui mi riferisco sono reali nella sostanza e anonimizzati nella forma: nessun nome di azienda, di persona o di località compare in questa pagina, e le dimensioni sono arrotondate. Il settore, quando lo cito, è quello vero.

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